La morte di Domenico Papalia riporta alla luce una vicenda giudiziaria che pone una domanda scomoda, ma necessaria: può la giustizia arrivare, nel corso del tempo, a dubitare delle proprie stesse decisioni?
La risposta, per quanto difficile da accettare, è sì.
E forse uno degli esempi più emblematici è proprio quello di Ferdinando Imposimato, magistrato che nella storia della Repubblica italiana ha rappresentato per decenni uno dei volti più autorevoli della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata.
Imposimato: un magistrato dall’enorme autorevolezza
Per comprendere la portata del suo successivo ripensamento sulla vicenda Papalia bisogna ricordare chi fosse Imposimato all’epoca.

Entrato in magistratura nel 1964, dopo una precedente esperienza come vice commissario della Polizia di Stato, Imposimato divenne giudice istruttore presso il Tribunale di Roma e si occupò di alcuni dei procedimenti più delicati della storia italiana.
Il suo nome è legato all’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, all’attentato contro Papa Giovanni Paolo II, all’omicidio del vicepresidente del CSM Vittorio Bachelet, agli omicidi dei magistrati Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione, oltre a importanti indagini sulla criminalità organizzata e sulla Banda della Magliana.
Era dunque molto più di un magistrato conosciuto.
Era diventato una figura pubblica associata alla lotta dello Stato contro terrorismo e mafia.
Nel 1984 la rivista francese Le Point lo indicò come “Uomo dell’Anno-Giudice Coraggio”, mentre nel 1985 il Times gli dedicò una pagina definendolo lo “scudisciatore della mafia”.
La sua autorevolezza, quindi, rende ancora più significativa la vicenda che lo avrebbe successivamente visto cambiare posizione su Domenico Papalia.
Il paradosso: fu Imposimato a portare Papalia davanti alla giustizia
È questo il punto centrale della storia.
Nel 1977 Domenico Papalia venne arrestato per l’omicidio di Antonio D’Agostino e Imposimato fu il magistrato che seguì l’inchiesta e lo rinviò a giudizio.
Papalia venne successivamente condannato all’ergastolo.
Per anni quella decisione rimase una delle fondamenta della sua lunghissima permanenza in carcere.

Poi, però, qualcosa cambiò.
E non cambiò per effetto di una campagna politica o di una dichiarazione di un personaggio estraneo alla vicenda.
Cambió la posizione dello stesso Imposimato.
Il magistrato che iniziò a dubitare della propria decisione
Nel dicembre del 1992 Imposimato apparve al Maurizio Costanzo Show e affrontò pubblicamente la vicenda Papalia.
Fu un momento destinato a lasciare il segno.
Il magistrato arrivò a chiedere scusa e disse di essere «roso dai morsi della coscienza» per avere rinviato a giudizio Papalia, sostenendo pubblicamente che fosse stato condannato ingiustamente per quel delitto.
La questione non rimase confinata alla televisione.
Nel gennaio 1993 Imposimato ribadì la propria posizione, sostenendo che gli elementi raccolti potevano essere sufficienti per il rinvio a giudizio, ma non per una condanna.
È una distinzione giuridicamente fondamentale.
E soprattutto è una dichiarazione umanamente potentissima.
Perché significa che un magistrato, dopo anni, arrivò a guardare indietro al proprio lavoro e a dire, in sostanza: potrei aver sbagliato valutazione.
Non una sentenza, ma un’ammissione di dubbio
È importante non confondere i piani.
Imposimato non poteva naturalmente cancellare da solo una sentenza definitiva.
La sua presa di posizione non costituiva una nuova sentenza.
Ma aveva un peso enorme sul piano morale e istituzionale.
Perché proveniva da un uomo che conosceva direttamente quel fascicolo e che aveva avuto un ruolo nell’avvio del procedimento.
Era, quindi, il caso raro in cui la persona che aveva contribuito a costruire l’accusa arrivava successivamente a mettere pubblicamente in discussione il risultato giudiziario cui quella stessa vicenda aveva condotto.
E nel 2017 arrivò l’assoluzione
Decenni dopo, il caso avrebbe conosciuto un altro passaggio fondamentale.
Nel 2017, la Corte d’assise d’appello di Perugia, nell’ambito del procedimento di revisione, assolse Papalia dall’accusa relativa all’omicidio D’Agostino con la formula “per non aver commesso il fatto”.
L’assoluzione non cancellò le altre condanne definitive che gravavano su Papalia.
Ma diede una dimensione giudiziaria concreta a quel dubbio che Imposimato aveva espresso pubblicamente molti anni prima.
Ed è proprio questo il punto che rende la vicenda così importante.
La giustizia non è infallibile
La storia Papalia-Imposimato non dovrebbe essere utilizzata per sostenere che la giustizia sia sempre sbagliata.
Sarebbe una conclusione altrettanto semplicistica.
La lezione è un’altra.
La giustizia è un sistema umano.
E proprio perché è umano può sbagliare, può correggersi, può rivedere una decisione e può arrivare, attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento, a una conclusione diversa.
Il caso Papalia dimostra inoltre qualcosa di ancora più profondo: anche chi esercita la funzione giudiziaria può maturare nel tempo un convincimento diverso rispetto a quello originario.
Imposimato aveva avuto davanti a sé gli elementi dell’indagine negli anni Settanta.
Quindici anni dopo, con una carriera alle spalle e una conoscenza ancora più ampia dei meccanismi criminali e giudiziari italiani, sentì il bisogno di tornare su quella vicenda.
E lo fece pubblicamente.
Il valore di una parola difficile: “mi sono sbagliato”
Forse è proprio questa la parte più interessante della storia.
In un sistema nel quale spesso l’autorità viene percepita come sinonimo di infallibilità, Imposimato mostrò l’altra faccia dell’autorevolezza: la capacità di riconoscere il dubbio.
Un magistrato può essere autorevole senza essere infallibile.
Anzi, si potrebbe sostenere il contrario: una delle forme più alte di autorevolezza consiste proprio nella capacità di mettere in discussione le proprie convinzioni quando nuovi elementi, nuove valutazioni o una rilettura del passato portano a conclusioni differenti.
Nel caso di Papalia, questa consapevolezza arrivò fino alle scuse pubbliche.
E arrivò da un magistrato che, per storia personale e professionale, aveva un peso tutt’altro che marginale nel panorama giudiziario italiano.
Una vicenda che resta una lezione per tutti
La morte di Domenico Papalia non può cancellare le altre sentenze definitive che hanno segnato la sua vita.
Ma la sua storia consente di affrontare un tema che va oltre il singolo protagonista.
Quanto deve essere forte un sistema giudiziario per riconoscere i propri possibili errori?
E ancora:
quanto tempo può trascorrere prima che una verità processuale venga rimessa in discussione?
Nel caso Papalia passarono decenni.
E nel frattempo un uomo trascorse una parte enorme della propria vita in carcere.
La revisione del 2017 arrivò quando erano trascorsi circa quarant’anni dall’inizio della vicenda.
È questa la vera domanda che rimane.
Non se la giustizia debba essere considerata buona o cattiva.
Ma se una giustizia realmente forte debba essere anche capace di dire, quando necessario:
“Quella decisione potrebbe essere stata sbagliata.”
Ferdinando Imposimato lo fece.
E proprio perché era stato uno dei magistrati più autorevoli della sua generazione, il suo ripensamento sulla vicenda Papalia assume ancora oggi un significato particolare.
