Il presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale richiama istituzioni e cittadini al rispetto dello Stato di diritto: «Tolleranza zero verso degrado e illegalità, ma la giustizia non si amministra con le mani»
«Ho fatto un incubo: ho sognato che l’episodio di San Benedetto del Tronto fosse una messinscena costruita a tavolino per testare la reazione del popolo italiano e innescare fenomeni di emulazione».
Con queste parole Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, interviene sulla vicenda avvenuta a San Benedetto del Tronto, precisando immediatamente che si tratta di una rappresentazione onirica e non di un’affermazione sui fatti realmente accaduti.
Sforzini affida alle forze dell’ordine e alla magistratura il compito di accertare gli avvenimenti e le eventuali responsabilità, ma invita lo Stato a dare una risposta visibile, tempestiva e autorevole.
«Era soltanto un sogno e sono certo che gli accertamenti ricondurranno questo incubo alla sua dimensione onirica. Tuttavia, al risveglio, lo Stato deve materializzarsi e dimostrare di esistere», afferma.

Secondo il presidente del Centro Studi, sarebbe un errore politico concentrare l’attenzione esclusivamente sull’episodio più recente, rimuovendo le condizioni di degrado, disagio o intralcio alla vita dei cittadini che potrebbero averlo preceduto.
Il punto centrale, sostiene Sforzini, è la necessità di un intervento delle istituzioni prima che l’inerzia produca esasperazione sociale.
«Quando un soggetto crea per mesi situazioni di degrado o limita la libertà degli altri cittadini, è lo Stato che deve intervenire in maniera tempestiva ed efficace. La sicurezza non può essere lasciata né all’inerzia delle istituzioni né all’esasperazione delle persone».
Quando lo Stato arretra, aggiunge, aumenta inevitabilmente il rischio che qualcuno pensi di potersi sostituire alle autorità. Una deriva che, secondo Sforzini, deve essere impedita con fermezza.
La posizione espressa dal Centro Studi Rinascimento Nazionale si fonda su un doppio principio: contrasto rigoroso al degrado e all’illegalità, ma altrettanta fermezza contro ogni forma di giustizia privata.
«La giustizia non si amministra con le mani. La forza deve rimanere monopolio dello Stato. Quando le istituzioni sono autorevoli e fanno rispettare la legge, non c’è spazio né per chi viola le regole né per chi ritiene di potersi sostituire ad esse».
Il richiamo alla tradizione giuridica italiana
Nell’intervento, Sforzini amplia la riflessione richiamando la tradizione giuridica italiana, indicata come una componente essenziale dell’identità nazionale.
Essere patrioti, osserva, non significa soltanto celebrare la storia, la cultura e le eccellenze artistiche del Paese, ma anche conoscere e difendere il contributo offerto dall’Italia allo sviluppo del diritto occidentale.
Il riferimento parte dal diritto romano e dal principio attribuito al giurista Ulpiano: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere, ossia vivere onestamente, non ledere gli altri e attribuire a ciascuno il suo.
Sforzini ricorda poi la rinascita della scienza giuridica europea nella Bologna dei glossatori e il pensiero illuministico di Cesare Beccaria, autore di Dei delitti e delle pene.
Non si tratta, sottolinea, di una celebrazione retorica del passato, ma della necessità di essere all’altezza di quell’eredità.
«Il diritto romano ci insegna che la forza deve essere subordinata alla legge. Beccaria ci ricorda che lo Stato non può sostituire la giustizia con la vendetta e che la pena deve essere il risultato di un ordinamento giuridico, non dell’istinto».
Il principio dell’alterum non laedere, prosegue Sforzini, deve valere per tutti: sia per chi viola le regole, genera degrado e limita la libertà altrui, sia per chi pensa di poter reagire trasformandosi contemporaneamente in giudice ed esecutore della pena.
In uno Stato di diritto, infatti, nessun cittadino può arrogarsi funzioni che appartengono esclusivamente alle istituzioni.
«L’Italia non è il Far West»
Per Sforzini, essere patrioti significa quindi pretendere uno Stato capace di prevenire il degrado, applicare la legge con tempestività, tutelare i cittadini e accertare le responsabilità secondo le procedure previste dall’ordinamento.
L’alternativa non può essere né uno Stato debole, che abbandona le persone alla propria esasperazione, né una società nella quale ciascuno si attribuisce autonomamente il diritto di punire.

«L’Italia della grande tradizione giuridica non è il Far West. La legalità non consiste nel tollerare il disordine, ma nemmeno nel rispondere all’illegalità con un’altra illegalità».
La proposta del Centro Studi Rinascimento Nazionale è dunque quella di un modello di ordine pubblico fondato su quattro principi: legalità, sicurezza, responsabilità e autorevolezza dello Stato.
L’obiettivo, conclude Sforzini, deve essere il pieno recupero della tradizione giuridica italiana, affinché la legge prevalga sempre sulla forza e la sicurezza dei cittadini venga garantita dalle istituzioni, senza lasciare spazio né all’impunità né alla vendetta privata.
