Piepoli indica FN al 7,5%, mentre l’ultimo SWG lo porta al 7,9%. Il punto non è più soltanto quanto vale Vannacci, ma cosa accadrebbe agli equilibri del 2027 se Futuro Nazionale restasse fuori dall’attuale coalizione.
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Fino a pochi mesi fa la domanda era semplice: quanto può valere elettoralmente Futuro Nazionale?
Oggi la domanda comincia a essere diversa: cosa cambia negli equilibri politici italiani se quel consenso rimane fuori dall’attuale centrodestra?
È probabilmente questo il passaggio politico più interessante emerso dalle rilevazioni delle ultime settimane.
L’Istituto Piepoli, nel sondaggio presentato l’11 settembre a Omnibus su La7, ha collocato Futuro Nazionale al 7,5%, in crescita di mezzo punto. Nella stessa rilevazione il Campo Largo viene indicato al 43% e il centrodestra al 42,5%.
Tre giorni dopo, SWG ha stimato FN ancora più in alto, al 7,9%.
Sono rilevazioni diverse, realizzate da istituti differenti, e non possono essere sommate meccanicamente. Ma convergono su un elemento: Futuro Nazionale si è ormai stabilizzato nell’area del 7-8%.
Il nodo delle coalizioni
La questione diventa decisiva quando si passa dai singoli partiti alle coalizioni.
Già a fine agosto, commentando una precedente rilevazione Piepoli, Livio Gigliuto aveva evidenziato l’effetto potenziale di un eventuale ingresso di Futuro Nazionale nel centrodestra, ragionando su un movimento allora stimato al 7%.
Anche altre elaborazioni recenti hanno mantenuto FN separato dal centrodestra tradizionale, evidenziando come il rapporto tra le due aree possa modificare sensibilmente il risultato complessivo.
Ma sarebbe sbagliato limitarsi a fare una semplice addizione.
Il 7,5 o il 7,9% di Futuro Nazionale non può essere automaticamente sommato ai voti di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati.
Le coalizioni modificano i comportamenti degli elettori. Alcuni consensi potrebbero spostarsi, altri potrebbero scegliere l’astensione e altri ancora potrebbero essere attratti proprio dall’esistenza di un’offerta politica autonoma.
Per questo i sondaggi descrivono uno scenario, non anticipano matematicamente il risultato delle urne.
Vannacci: «Dovranno fare i conti con noi»
Roberto Vannacci ha però già trasformato questi numeri in un messaggio politico.
L’8 settembre ha sostenuto che il centrodestra, senza Futuro Nazionale, debba «fare i conti» con la nuova situazione, aggiungendo che i voti di FN non devono essere considerati un semplice pacchetto da aggregare alla vigilia delle elezioni.
La posizione espressa dal leader di Futuro Nazionale è quella di un possibile dialogo, ma subordinato ad accordi programmatici.
Pochi giorni prima aveva definito FN «il naturale interlocutore» dell’attuale centrodestra, dichiarandosi disponibile al confronto con le forze che condividano principi e valori ritenuti non negoziabili dal movimento.
Non è quindi una chiusura preventiva all’alleanza.
Ma neppure un’adesione già decisa.
Meloni davanti a un problema politico nuovo
Ed è qui che entra in gioco Giorgia Meloni.
La presidente del Consiglio guida ancora nettamente il primo partito italiano: nello SWG del 14 settembre Fratelli d’Italia è al 27%.
Il punto non riguarda quindi la leadership interna al centrodestra, che nei numeri attuali resta saldamente nelle mani di FdI.
La questione riguarda invece l’ampiezza della futura coalizione.
Se Futuro Nazionale continuerà a muoversi attorno all’8%, la definizione dei rapporti tra Meloni e Vannacci potrebbe diventare uno degli snodi politici della corsa alle elezioni del 2027.
Con almeno tre possibili scenari: accordo organico, intesa elettorale circoscritta oppure corsa separata.
Tre soluzioni che produrrebbero conseguenze profondamente diverse.
Il paradosso di Vannacci
Il paradosso politico è evidente.
Più Futuro Nazionale cresce autonomamente, maggiore potrebbe diventare la sua forza negoziale rispetto al centrodestra. Ma un eventuale ingresso in coalizione potrebbe, a sua volta, modificare la composizione dell’elettorato sia di FN sia degli altri partiti.
È per questo che i prossimi mesi saranno probabilmente dedicati non soltanto ai sondaggi, ma anche ai programmi.
Immigrazione, sicurezza, rapporti con l’Unione europea, politica estera, famiglia, economia e sovranità saranno alcuni dei terreni sui quali dovrà essere verificata la compatibilità tra le diverse forze.
Vannacci ha già chiarito di non voler presentare Futuro Nazionale come una semplice «ruota di scorta».
La domanda adesso è capire quale spazio sarà disposto a riconoscergli il resto del centrodestra.
Non più “se” Vannacci peserà, ma “come”
Il cambiamento forse più importante è proprio questo.
A maggio la discussione politica ruotava attorno alla possibilità che Futuro Nazionale riuscisse a superare le soglie minime per avere un peso elettorale.
A settembre, con diversi istituti che lo collocano nella fascia del 7-8%, la discussione si è spostata.
Non ci si domanda più soltanto se Vannacci avrà un peso.
Ci si domanda come utilizzerà quel peso.
Ed è una differenza sostanziale.
