Il Focus Censis-Confcooperative stima l’economia sommersa al 9,2% del PIL e indica 2,7 milioni di lavoratori irregolari. Un fenomeno che pesa sui conti pubblici, sui lavoratori e soprattutto sulle imprese che rispettano le regole.
Quasi 198 miliardi di euro.

È la dimensione stimata dell’economia sommersa italiana secondo il Focus Censis-Confcooperative presentato il 25 settembre.
Il valore indicato è di 197,6 miliardi, pari al 9,2% del prodotto interno lordo italiano. Dietro la cifra economica esiste però una realtà sociale ancora più rilevante: circa 2,7 milioni di lavoratori irregolari. Confcooperative Brescia
Numeri che meritano attenzione perché il lavoro sommerso non rappresenta soltanto un problema fiscale.
È contemporaneamente un problema di diritti, concorrenza, produttività e sostenibilità del sistema economico.
Un lavoratore irregolare può trovarsi privo delle tutele normalmente garantite da un contratto: contributi previdenziali, ferie, malattia, assicurazione e garanzie rispetto al licenziamento.
Ma esiste anche un’altra vittima del sommerso di cui si parla molto meno: l’impresa regolare.
Un’azienda che paga contributi, imposte, assicurazioni, formazione e sicurezza sostiene inevitabilmente costi più elevati rispetto a un operatore che aggira una parte di questi obblighi.
Il sommerso genera quindi una forma di concorrenza alterata.
Non significa che ogni attività irregolare abbia la stessa natura. Il fenomeno comprende realtà molto differenti: lavoro completamente in nero, ore non dichiarate, evasione fiscale, attività informali e situazioni nelle quali una parte della remunerazione viene regolarmente registrata e un’altra no.
Ma l’effetto complessivo rimane rilevante.
Confcooperative ha sottolineato che la ricchezza sommersa stimata equivale sostanzialmente al PIL annuale di una grande regione italiana e supera l’ordine di grandezza della spesa sanitaria nazionale annua. Terre d’Emilia
È naturalmente un confronto puramente dimensionale: non significa che l’intera economia sommersa potrebbe essere automaticamente trasformata in gettito fiscale.
Una parte di quell’attività potrebbe scomparire qualora venisse sottoposta integralmente a tassazione e regolamentazione.
Ma il paragone permette di comprendere l’ampiezza del fenomeno.
Il problema italiano è inoltre strettamente collegato alla struttura del mercato del lavoro.
Quando il costo del lavoro regolare è elevato e gli adempimenti risultano complessi, aumenta l’incentivo economico all’irregolarità. Questo non giustifica naturalmente il lavoro nero, ma indica che una strategia di contrasto efficace difficilmente può basarsi soltanto sull’aumento dei controlli.
Servono contemporaneamente controlli, semplificazione e riduzione delle condizioni che rendono conveniente operare fuori dalla legalità.
È il punto nel quale politica fiscale e politica del lavoro si incontrano.
Un sistema nel quale poche imprese sostengono integralmente il peso fiscale e contributivo mentre altre riescono a evitarlo rischia di produrre un paradosso: più aumenta l’irregolarità, maggiore diventa il carico necessario sugli operatori regolari.
Si crea così una spirale particolarmente pericolosa.
Per questo la lotta al sommerso dovrebbe essere letta non soltanto come una battaglia contro l’evasione, ma come una politica a tutela della concorrenza.
C’è poi la questione sociale.
Secondo il Focus Censis-Confcooperative, i lavoratori irregolari percepiscono mediamente remunerazioni sensibilmente inferiori rispetto ai lavoratori regolari. Confcooperative Brescia
Ciò significa che il sommerso non costituisce soltanto una sottrazione di risorse allo Stato.
È anche uno dei meccanismi attraverso i quali possono ampliarsi le disuguaglianze.
La vera sfida sarà quindi trovare un equilibrio tra tre obiettivi: diminuire il costo dell’irregolarità, rendere più semplice lavorare legalmente e aumentare la probabilità che chi viola sistematicamente le regole venga individuato.
Non è una battaglia ideologica.
È una questione di funzionamento dello Stato e del mercato.
