Fabrizio Corona, Vannacci e Futuro Nazionale: quando la provocazione incontra la politica, ma il rispetto resta una questione di stile

Dalla serata del 2 ottobre ai Bagni Biondetti di Marina di Pietrasanta alla puntata numero 28 di Falsissimo, intitolata “Il vero generale”: Fabrizio Corona torna a far discutere con giudizi taglienti, attacchi personali e una proposta di collaborazione politica. Le considerazioni di Sylvie Lubamba su un incontro che merita di essere letto oltre il clamore mediatico.

Editoriale di Sylvie Lubamba – Direttrice di Future Italia

C’è una differenza sostanziale tra la libertà di esprimere il proprio pensiero e la capacità di farlo con rispetto, misura ed eleganza. Una differenza che, evidentemente, Fabrizio Corona non ha mai considerato una priorità della propria comunicazione pubblica. E probabilmente non intende cominciare oggi.

Chi conosce il personaggio, la sua storia mediatica e il linguaggio che da anni contraddistingue le sue apparizioni non può certamente dirsi sorpreso dai contenuti della puntata numero 28 di Falsissimo, dedicata al generale Roberto Vannacci e al movimento politico Futuro Nazionale.

Una puntata che arriva a distanza di dieci giorni dall’incontro del 2 ottobre 2026 ai Bagni Biondetti di Marina di Pietrasanta, luogo particolarmente significativo per il percorso pubblico del generale, dove nel settembre 2023 ebbe inizio, con la presentazione del libro Il Mondo al Contrario, una vicenda destinata a trasformarsi in un importante percorso politico.

L’evento, seguito da centinaia di sostenitori e dalla stampa nazionale, ha visto anche la partecipazione di Fabrizio Corona, la cui presenza ha inevitabilmente catalizzato parte dell’attenzione mediatica.

A posteriori, dopo la pubblicazione della nuova puntata del suo format, diventa interessante interrogarsi non soltanto su ciò che Corona ha detto, ma soprattutto sul significato politico e comunicativo della sua visita.

Perché, al netto delle provocazioni, delle battute e dei giudizi personali, emerge una questione ben più sostanziale: quale rapporto può esistere tra una comunicazione deliberatamente provocatoria e un progetto politico che ambisce a rappresentare una parte del Paese?

Le parole di Corona: la provocazione come identità

Nella puntata di Falsissimo, Corona ha affrontato senza particolari filtri il mondo di Futuro Nazionale, soffermandosi sul generale Roberto Vannacci, sulla moglie Camelia Vannacci, sul coordinatore nazionale Massimiliano Simoni e anche sulla sottoscritta, Sylvie Lubamba.

Le espressioni impiegate, a mio giudizio, sono state in diversi passaggi particolarmente forti, talvolta di dubbio gusto e certamente lontane da quel linguaggio che personalmente associo all’eleganza di un gentiluomo.

Naturalmente, ognuno risponde del proprio stile.

Corona ha costruito buona parte della propria notorietà sulla rottura delle convenzioni, sulla spettacolarizzazione delle controversie e sulla ricerca continua di un impatto mediatico immediato. Sarebbe pertanto poco realistico aspettarsi da lui un’improvvisa trasformazione nei modi e nei toni.

Credo, tuttavia, che occorra distinguere due piani.

Da una parte esiste il diritto di critica, che ritengo sacrosanto, anche quando è severo, scomodo o rivolto a persone che ricoprono incarichi politici e pubblici. Dall’altra esiste la scelta di trasformare la critica in una rappresentazione spettacolare, nella quale il giudizio sulla persona rischia di prevalere sull’analisi delle idee.

È proprio su questo secondo terreno che, personalmente, non mi riconosco.

Non perché ritenga necessario difendere qualcuno dalle critiche, ma perché sono convinta che la forza di un’opinione non si misuri dal volume con cui viene espressa, né dalla durezza delle parole utilizzate.

Si può essere incisivi senza essere offensivi. Si può essere anticonformisti senza rinunciare all’educazione. Si può persino essere provocatori conservando un senso della misura.

Non sempre, evidentemente, queste qualità convivono.

Il 2 ottobre: una visita che oggi assume una luce diversa

Ripensando a quella serata a Marina di Pietrasanta, la presenza di Corona assume, alla luce della successiva puntata, un significato particolarmente interessante.

Il 2 ottobre il generale Vannacci era tornato simbolicamente nel luogo da cui era iniziata la sua avventura pubblica. L’occasione aveva una valenza politica e personale: incontrare sostenitori, ripercorrere un cammino e delineare le prospettive di Futuro Nazionale.

Corona si era presentato dichiarando alla stampa di voler conoscere e ascoltare Vannacci, arrivando a definirlo il più forte nei sondaggi.

Era inevitabile che l’incontro tra due personalità così diverse generasse curiosità.

Da una parte un generale con una storia professionale nelle istituzioni militari, oggi impegnato nella costruzione di un soggetto politico; dall’altra un protagonista della comunicazione mediatica, abituato a mettere al centro della scena la propria figura e le proprie provocazioni.

Due mondi differenti, che per qualche ora si sono incontrati sulla stessa spiaggia della Versilia.

Ma incontrarsi non significa necessariamente condividere. Dialogare non significa aderire. Ascoltare una proposta non significa accettarla.

E soprattutto, la cortesia nei confronti di un ospite non può essere interpretata automaticamente come una dichiarazione di vicinanza politica.

«Ci si può pensare» e «Vedremo»: la distanza tra cortesia e accordo politico

Uno degli aspetti più significativi emersi dalla vicenda riguarda la richiesta avanzata da Corona al generale Vannacci.

Il creatore di Falsissimo, che ha annunciato il proprio movimento denominato Per la Verità, ha manifestato l’intenzione di coinvolgere il leader di Futuro Nazionale in un progetto che, secondo la sua narrazione, dovrebbe contribuire a scardinare un sistema di potere e comunicazione da lui fortemente contestato.

Nella puntata pubblicata il 12 ottobre, Corona arriva anche a proporsi come possibile risorsa comunicativa, sostenendo di poter contribuire ad accrescere sensibilmente il consenso del partito attraverso la propria popolarità e il proprio pubblico.

Secondo quanto emerge dal racconto dell’incontro, Vannacci avrebbe risposto inizialmente con un prudente «Ci si può pensare», mentre nell’intervista diffusa successivamente avrebbe utilizzato un altrettanto interlocutorio «Vedremo».

Due risposte che, a mio avviso, meritano un’interpretazione molto semplice.

Non rappresentano una promessa, non costituiscono un impegno e tantomeno equivalgono all’annuncio di un’alleanza.

Le considero piuttosto espressioni di una cortesia istituzionale e personale, quel modo educato di non chiudere bruscamente una conversazione senza per questo assumere alcun obbligo nei confronti dell’interlocutore.

È una lettura personale, naturalmente, non una dichiarazione delle intenzioni del generale.

Anzi, ritengo che in quella circostanza Roberto Vannacci abbia dimostrato una notevole capacità di mantenere un atteggiamento composto, anche di fronte a una personalità comunicativamente ingombrante come Fabrizio Corona.

Una correttezza che, alla luce delle successive esternazioni contenute nella puntata di Falsissimo e del linguaggio scelto anche per il lancio dell’intervista, assume un significato ancora più evidente.

Personalmente, mi domando se tanta disponibilità formale fosse davvero necessaria nei confronti di un interlocutore che avrebbe poi utilizzato toni così poco eleganti verso persone appartenenti al mondo politico che lo aveva accolto.

Ma questa è una considerazione mia, che non intendo attribuire ad altri.

Camelia Vannacci, Massimiliano Simoni e Sylvie Lubamba: le persone prima dei personaggi

C’è poi un altro elemento che desidero sottolineare.

Quando si parla pubblicamente di persone, soprattutto quando le si inserisce all’interno di un racconto destinato a raggiungere centinaia di migliaia di spettatori, sarebbe opportuno ricordare che dietro i nomi esistono individui, percorsi personali, famiglie e sensibilità.

Camelia Vannacci non può essere ridotta semplicemente al ruolo di consorte del generale, così come Massimiliano Simoni non può essere raccontato esclusivamente attraverso una battuta o una provocazione.

Lo stesso vale per la sottoscritta.

Non considero le parole di Corona una questione sulla quale costruire una polemica personale. Ho attraversato, nella mia vita professionale e privata, esperienze sufficienti per sapere che l’opinione altrui, anche quando espressa con particolare durezza, non determina il valore di una persona.

Non ho bisogno di rispondere a un’espressione sgradevole con un’altra espressione sgradevole.

Credo che l’eleganza consista anche nel saper scegliere quando replicare e, soprattutto, come farlo.

Da donna, prima ancora che da direttrice di una testata giornalistica, ritengo che il rispetto non sia un privilegio da riservare a chi condivide le nostre idee. È un principio che dovrebbe valere anche, e forse soprattutto, nei confronti di chi la pensa diversamente.

Non chiedo a Fabrizio Corona di modificare la propria personalità, né pretendo che adotti uno stile che evidentemente non gli appartiene.

Rivendico però il diritto di giudicare quel linguaggio distante dalla mia sensibilità, dalla mia educazione e dalla concezione che ho dei rapporti umani.

Essere irriverenti può rappresentare una scelta comunicativa. Essere rispettosi rimane una scelta di valore.

La politica non può diventare soltanto uno spettacolo

La vicenda Corona-Vannacci pone anche un interrogativo sul futuro della comunicazione politica.

Viviamo in un’epoca nella quale una dichiarazione provocatoria può ottenere più attenzione di un programma economico, una polemica personale può oscurare un dibattito istituzionale e la notorietà individuale rischia di essere confusa con la credibilità.

Fabrizio Corona conosce certamente i meccanismi dell’attenzione mediatica. Sa costruire aspettativa, suscitare reazioni e trasformare un incontro in un evento comunicativo.

Sarebbe ingenuo negargli queste capacità.

Tuttavia, il successo di una comunicazione non coincide necessariamente con la qualità del suo contenuto.

E soprattutto la politica, per essere credibile, deve conservare un rapporto con la concretezza dei problemi, la responsabilità delle decisioni e il rispetto delle istituzioni.

Proprio durante l’incontro del 2 ottobre, Vannacci ha affrontato questioni che riguardano il futuro del proprio movimento, annunciando il lavoro su dieci provvedimenti che vorrebbe adottare nei primi cento giorni di un eventuale governo. Ha inoltre parlato di economia, legge elettorale e autonomia politica di Futuro Nazionale.

Argomenti che meriterebbero un confronto approfondito, anche critico, ma fondato sui contenuti.

È questo, a mio giudizio, il terreno sul quale dovrebbe misurarsi un movimento che intende assumere responsabilità politiche.

Non la capacità di generare una polemica più rumorosa di quella precedente.

Corona e Vannacci: due personalità forti, ma due percorsi differenti

Non si può negare che Fabrizio Corona e Roberto Vannacci abbiano alcuni elementi in comune nella propria capacità di attirare l’attenzione pubblica.

Entrambi hanno costruito una relazione diretta con il proprio pubblico, entrambi hanno conosciuto controversie e critiche e, pur provenendo da esperienze profondamente differenti, entrambi suscitano reazioni nette.

Ma questo non significa che i rispettivi progetti siano sovrapponibili.

Corona si muove prevalentemente nel linguaggio della provocazione mediatica, dell’inchiesta spettacolarizzata e della denuncia del sistema che ritiene di voler combattere.

Vannacci ha intrapreso un percorso politico, con tutte le responsabilità e le verifiche che questo comporta: organizzazione territoriale, programmi, rappresentanza e confronto democratico.

È una differenza che non può essere cancellata da un’intervista, da una stretta di mano o da una fotografia.

E proprio per questo ritengo che le prudenti risposte del generale debbano essere lette per quello che esprimono, senza attribuire loro significati politici che non risultano dimostrati.

Una riflessione conclusiva: la vera forza non ha bisogno di urlare

Alla fine, ciò che resta di questa vicenda non è soltanto l’ennesima puntata di un programma capace di far discutere.

Resta una domanda che considero molto più importante: quale qualità vogliamo attribuire al confronto pubblico?

Personalmente, continuo a credere in una comunicazione capace di essere forte senza essere gratuitamente aggressiva, coraggiosa senza diventare irrispettosa e libera senza confondere la libertà con l’assenza di ogni misura.

Non nutro particolare stupore per il comportamento di Fabrizio Corona. Il suo stile è noto, riconoscibile e, per sua stessa impostazione pubblica, deliberatamente provocatorio.

Non è dunque una sorpresa che abbia scelto parole molto dure anche parlando di Futuro Nazionale e delle persone che, a diverso titolo, sono state coinvolte nel suo racconto.

Quello che mi interessa, piuttosto, è non perdere di vista la differenza tra la notorietà e l’autorevolezza, tra la provocazione e il coraggio, tra l’esposizione mediatica e la sostanza.

Quanto al generale Vannacci, saranno le sue scelte, e non le interpretazioni delle sue formule di cortesia, a chiarire se esista o meno uno spazio di confronto politico con il progetto annunciato da Corona.

Per ora, a mio giudizio, non vi sono elementi sufficienti per parlare di un accordo.

E per quanto riguarda la sottoscritta, non intendo trasformare giudizi personali di dubbio gusto in una controversia da alimentare ulteriormente.

Preferisco conservare la libertà di dissentire, il piacere di confrontarmi e soprattutto il diritto di non adeguare il mio linguaggio a quello di chi sceglie di provocare.

Perché sono fermamente convinta di una cosa:

la libertà di parola è un diritto fondamentale, ma la capacità di usarla con intelligenza, rispetto ed eleganza rimane una qualità individuale.

E quella, fortunatamente, non dipende dal numero delle visualizzazioni.

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